mercoledì 30 maggio 2018

The Greatest Showman: quando non è oro tutto ciò che luccica



Cari (A)sociali, chi ha avuto modo di vedere il film/musical The Greatest Showman del regista Michael Gracey e con protagonista Hugh Jackman, il Wolverine della trasposizione cinematografica dei mutanti più famosi al mondo: gli X-Men, non può non essere rimasto rapito dalle canzoni, dlle coreografie, dai colori e dai protagonisti di un circo più vivo e vivace che mai.
La trama ripercorre i primi anni della carriera dell'imprenditore circense Phineas Taylor Barnum (Jackman, per l'appunto) e di come sia riuscito a mettere in piedi, non senza difficoltà, uno dei circhi più famosi al mondo. Nel film giocano un ruolo decisivo i "freak", persone con difetti e malformazioni congenite più o meno gravi e orripilanti che si sostituiscono quasi del tutto alle banali attrazioni che la gente era solita pagare per assistervi.
The Greatest Showman, con le sua meravigliosa colonna sonora e le musiche degne di un colossal, narrano l'ascesa di Barnum, la rivincita su di un mondo che non sembrava appartenergli e su tutti coloro che non credevano sulle sue capacità e, non ultimo, sul suo sogno.
Il tutto avviene in maniera romanzata, scanzonata, rivisitata per essere adatta a un musical e di conseguenza i toni sono talmente alleggeriti da far pensare che il circo di Barnum era una grande e sorridente isola felice.

Ma.. qual'è la verità?

Il vero Barnum era molto meno affascinante della sua controparte cinematografica... lo immaginereste un tipo così ballare e cantare come un usignolo?

La verità è che Barnum aveva un sogno, questo si, e nel realizzarlo non si degnò di avere rispetto per nessuno dei suoi circensi, soprattutto dei già citati freak. Nel film il loro ingresso nel mondo del circo è allegro, divertente, spensierato, ma a quel tempo tutto ciò che incuriosiva e disgustava era anche ciò per cui si avrebbe pagato per il solo gusto di trovarsi di fronte a qualcosa di "sbagliato" e questo fu il vero senso per gli affari del giovane imprenditore: monetizzare quella malsana voglia di trasgressione, di sbirciare il grottesco.
Così nani, donne barbute, ragazzi troppo grassi o troppo magri, persone deformi, con tre gambe, con due teste, insomma, gente che per strada veniva evitata con lo sguardo per mascherare il disgusto (e considerate che molti di questi erano rinchiusi in centri per l'igiene mentale o segregati nelle loro piccole e anguste abitazioni) vennero assunti e, senza giri di parole, costretti a esibirsi a un vasto pubblico in condizioni umilianti, con vestiti e accessori che accentuavano le loro deformità e le loro diversità.
Spesso i nani venivano vestiti da cani e il loro compito era quello di spaventare le prime file, gli uomini deformi esposti al pubblico in catene, le donne dentro le gabbie. Come se non bastasse, Barnum adottava dei "trucchetti" per accentuare tali eccessi; la gente spesso ne era cosciente ma pagava comunque poiché l'intero spettacolo ripagava del prezzo del biglietto.
The Greatest Showman resta comunque un grande spettacolo di intrattenimento, ma a volte è sempre bene ricordare che non è oro tutto ciò che luccica, soprattutto quando è illuminato dai potenti riflettori di Hollywood...

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