sabato 12 maggio 2018

La Scatola dei Bottoni di Gwendy, di Stephen King e Richard Chizmar


Stephen King è forse lo scrittore horror vivente più famoso e seguito in assoluto. Questa affermazione sembra mettere d'accordo più o meno tutti, così come l'affermazione che S.K. è divenuto, nel tempo, una vera e propria icona Pop. 
Di quanti altri scrittori si può dire lo stesso? Pochi, molto pochi. Il fatto che King sia stato capace ci creare con le sue storie un numero incalcolabile di fans, seguaci e fedeli lettori la dice lunga su come la scrittura, anche oggi in pieni ventunesimo secolo, è ben lontana dal morire morta e sepolta (se avvenisse una cosa del genere, probabilmente, Stephen King ci scriverebbe sopra un romanzo di millemila pagine).
King non si è limitato e tutt'ora non si limita a scrivere solo romanzi, racconti o novelle, ma nel corso della sua carriera ha potuto cimentarsi, tra alti e bassi, nei panni di attore, regista, sceneggiatore, componente di una rock band, proprietario di una stazione radio e chi più ne ha più ne metta.
Con il passare degli anni sono anche aumentate le collaborazioni con altri scrittori più o meno famosi, tra i quali ricordiamo il romanzo Sleeping Beauties scritto a quattro mani con il figlio Owen e il libro che recensirò per questa occasione, La Scatola dei Bottoni di Gwendy, frutto della sinergia con l'editore della famosa (in America) rivista Cemetery Dance.
Vi annuncio subito che, come da me accennato nel Bunker, questo è il classico caso di pubblicità creata ad arte per vendere un prodotto.
Il libro viene reclamizzato come romanzo, dal dignitoso numero di pagine (ben 256, pochine per gli standard del Re, ma assolutamente in linea con altri lavori editoriali dello stesso prezzo), è in realtà una novella il cui stratagemma per renderlo più consistente si nota fin da subito dalle prime pagine: caratteri giganteschi circondati da un'ampia cornice vuota.
La storia e l'ambientazione sono forse tra le più classiche del Re: nella cittadina di Castle Rock, che non ha bisogno di presentazioni, la piccola e insicura Gwendy Peterson viene avvicinata da un uomo misterioso che le regala una scatola in mogano ricoperta da una sfilza di bottoni colorati; Premendoli otterrà una ricompensa a discapito di... qualcos'altro.
Questo, a grandi linee, è il succo della storia che sa tanto di It, di Carrie, di Cose Preziose e, perché no, a tratti anche di N054A2 del figlio Joe Hill. I personaggi sono stranoti e non regalano nulla di aggiunto alla trama e ciò che ne salva veramente la lettura è la capacità di King, come sempre, di trascinare il lettore nel suo mondo, anche se stavolta il fascino da "compositore di parole" risulta annacquato da quella che è una collaborazione nata, a mio parere, per accendere i riflettori su figure minori e meno in vista dell'editoria, una sorta di regalo dello zio Stephen che, a quasi 71 anni suonati, sta pensando bene di preparare il terreno alle nuove leve (per così dire) sulla scia del suo successo.
Ve lo sconsiglio, quindi? Certo che no! Il romanzo merita di essere letto senza se e senza ma, con la consapevolezza, però, che un qualsiasi altro nome sulla copertina avrebbe destato un interesse pressoché nullo e lasciato in bocca un sapore stantio.
Stephen King riesce ancora una volta a conquistare, a trascinare, a emozionare con quelli che sono stati i personaggi di una vita, riproposti in una veste inedita e, chissà, in un universo parallelo al nostro. Solo per questo perdoniamo la pubblicità ingannevole e l'evidente presa per i fondelli dei caratteri per ipovedenti, ma d'altra parte allo zio Stephen non possiamo non volergli un gran bene.

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