giovedì 31 maggio 2018

Ghostbusters: in arrivo un nuovo capitolo nel 2019?


Cari (A)sociali,
in vita vostra avrete visto almeno una volta Ghostbusters, il film del 1984 diretto da Ivan Reitman e così pieno di citazioni da essere entrato di diritto nell'Olimpo dei cult movie. 
Il sequel del 1989 non ha proprio entusiasmato i fan (diciamo che lo hanno odiato a morte) e il reboot del 2016 con quattro "acchiappafantasmesse" (so che non si dice così ma mi piace un casino!) ha definitivamente messo una pietra sopra su qualunque tentativo di eguagliare, almeno in quanto a epicità, il primo, strepitoso capitolo.
O forse no.
Eh si, perché Ivan Reitman si è lasciato sfuggire più di una volta di essere al lavoro su un ennesimo film sugli acchiappafantasmi, come al Comic-Con di San Diego del 2017, in cui ha apertamente dichiarato non solo di aver apprezzato il Ghostbusters "in rosa", ma che nel 2019, in occasione del 35simo anniversario dall'uscita del primo film, potrebbe uscirne un altro, senza però specificare se le protagoniste saranno le stesse dell'odiatissimo film del 2016 o se sarà un ennesimo reboot.

I ragazzi non sembrano aver preso bene la notizia, voi che ne dite?

L'errore, a sua detta, del film del 2016, era stato quello di non inserire i protagonisti "ufficiali" della saga in quanto tali, ma facendoli apparire con delle comparsate brevi e, diciamocelo, non proprio indimenticabili. Altro errore (che condivido) è stato quello di sbattersene di quanto accaduto nei primi due film e ricominciare da zero, puntando su una comicità abbastanza divertente, ma del tutto priva di quegli spunti, di quelle trovate e di quelle citazioni che hanno reso indimenticabili i suoi predecessori (ok, soltanto il primo, ma a me è piaciuto anche il secondo, cosa posso farci?)

Beh, in effetti...

Speriamo soltanto che, semmai dovesse davvero uscire un Ghostbusters 4 (o come accidenti vorranno chiamarlo), riusciranno perlomeno a non perseguire l'idea di reggere il confronto con qualcosa che è lontano anni luce dal modo di fare il cinema oggi e che resterà per sempre nel cuore di milioni di fan(tasmi).
(A)sociali di tutti il mondo, ricordate, se dovesse piovere merda e dovrete metterci un ombrello.... e chi chiamerete?

Di certo non voi!

mercoledì 30 maggio 2018

The Greatest Showman: quando non è oro tutto ciò che luccica



Cari (A)sociali, chi ha avuto modo di vedere il film/musical The Greatest Showman del regista Michael Gracey e con protagonista Hugh Jackman, il Wolverine della trasposizione cinematografica dei mutanti più famosi al mondo: gli X-Men, non può non essere rimasto rapito dalle canzoni, dlle coreografie, dai colori e dai protagonisti di un circo più vivo e vivace che mai.
La trama ripercorre i primi anni della carriera dell'imprenditore circense Phineas Taylor Barnum (Jackman, per l'appunto) e di come sia riuscito a mettere in piedi, non senza difficoltà, uno dei circhi più famosi al mondo. Nel film giocano un ruolo decisivo i "freak", persone con difetti e malformazioni congenite più o meno gravi e orripilanti che si sostituiscono quasi del tutto alle banali attrazioni che la gente era solita pagare per assistervi.
The Greatest Showman, con le sua meravigliosa colonna sonora e le musiche degne di un colossal, narrano l'ascesa di Barnum, la rivincita su di un mondo che non sembrava appartenergli e su tutti coloro che non credevano sulle sue capacità e, non ultimo, sul suo sogno.
Il tutto avviene in maniera romanzata, scanzonata, rivisitata per essere adatta a un musical e di conseguenza i toni sono talmente alleggeriti da far pensare che il circo di Barnum era una grande e sorridente isola felice.

Ma.. qual'è la verità?

Il vero Barnum era molto meno affascinante della sua controparte cinematografica... lo immaginereste un tipo così ballare e cantare come un usignolo?

La verità è che Barnum aveva un sogno, questo si, e nel realizzarlo non si degnò di avere rispetto per nessuno dei suoi circensi, soprattutto dei già citati freak. Nel film il loro ingresso nel mondo del circo è allegro, divertente, spensierato, ma a quel tempo tutto ciò che incuriosiva e disgustava era anche ciò per cui si avrebbe pagato per il solo gusto di trovarsi di fronte a qualcosa di "sbagliato" e questo fu il vero senso per gli affari del giovane imprenditore: monetizzare quella malsana voglia di trasgressione, di sbirciare il grottesco.
Così nani, donne barbute, ragazzi troppo grassi o troppo magri, persone deformi, con tre gambe, con due teste, insomma, gente che per strada veniva evitata con lo sguardo per mascherare il disgusto (e considerate che molti di questi erano rinchiusi in centri per l'igiene mentale o segregati nelle loro piccole e anguste abitazioni) vennero assunti e, senza giri di parole, costretti a esibirsi a un vasto pubblico in condizioni umilianti, con vestiti e accessori che accentuavano le loro deformità e le loro diversità.
Spesso i nani venivano vestiti da cani e il loro compito era quello di spaventare le prime file, gli uomini deformi esposti al pubblico in catene, le donne dentro le gabbie. Come se non bastasse, Barnum adottava dei "trucchetti" per accentuare tali eccessi; la gente spesso ne era cosciente ma pagava comunque poiché l'intero spettacolo ripagava del prezzo del biglietto.
The Greatest Showman resta comunque un grande spettacolo di intrattenimento, ma a volte è sempre bene ricordare che non è oro tutto ciò che luccica, soprattutto quando è illuminato dai potenti riflettori di Hollywood...

venerdì 25 maggio 2018

Stephenie Meyer: The Chemist. In arrivo la serie tv.



Cari (A)sociali, 
i libri si sa, riescono a far viaggiare, esplorare nuovi mondi e affrontare infinite avventure senza doversi neanche alzare dalla poltrona. 
Così ogni nuovo romanzo che si preannuncia interessante è per noi, lettori onnivori, fonte di inesauribile gioia.
Questa volta voglio segnalarvi l'uscita (non tanto recente in verità, ma stranamente passata in sordina) di The Chemist (La Specialista) di Stephenie Meyer, quel gran pezzo di scrittrice che, abbandonati (si spera) alieni, vampiri sbrilluccicosi e licantropi fighetti si addentra nei meandri del thriller puro.
La protagonista è Alexa, una donna forte e determinata che lavora per una supersegretissima agenzia governativa statunitense. Il suo compito è quello di carpire segreti e scoprire verità da uomini di potere con l'ausilio di specifici preparati chimici, cosa che la rende, appunto, una specialista nel suo genere.
Ma quando si ha a che fare con agenzie governative e uomini di potere il rischio di diventare un bersaglio è sempre molto alto e questo lo scoprirà la stessa Alexa, che dovrà fuggire e utilizzare tutta la sua maestria e i trucchi imparati in anni di lavoro per salvare la sua vita e quella dell'uomo che ama.
Un thriller, dicevamo, che la Meyer gestisce sapientemente e a cui dona un'impronta cinematografica impossibile da non notare. Talmente impossibile che ITV Studios e Tomorrow Studios stanno già lavorando per trasformare The Chemist in una serie tv.
Riusciranno a rendere onore al libro? Vedremo, intanto possiamo mettere da parte paletti di frassino e pallottole d'argento, ma con la Meyer, fossi in voi, li terrei comunque a portata di mano.

L'autrice Stephenie Meyer

mercoledì 23 maggio 2018

Stephen King: The Outsider



Cari (A)sociali, Stephen King è uno scrittore instancabile, questo è ormai noto a tutti. Non stupisce, quindi, che ieri (22 maggio) sia uscito nelle librerie americane il suo ennesimo romanzo e sicuro bestseller dal titolo: The Outsider.
La trama è la seguente:

"Nel parco di una cittadina di provincia viene ritrovato il corpo di un bambino undicenne massacrato barbaramente. Le indagini della polizia risalgono a un solo indiziato: Terry Maitland, il suo allenatore. Il suo arresto stupisce tutti, poiché ritenuto integerrimo (fino ad allora), ma non è tutto. L'uomo, infatti, ha un alibi inattaccabile che lo scagiona e che getta allo stesso tempo un'ombra inquietante e sinistra sulla morte del ragazzino.
Terry è davvero innocente? E se così fosse, chi mai si sarebbe macchiato di un crimine così efferato?"

In pieno stile King, questo thriller poliziesco scava nella mente umana portando alla luce il suo lato peggiore, lasciandovi incollati alle sue 600 pagine fino alla fine.
La traduzione italiana sarà a cura di Luca Briasco e il romanzo uscirà in Italia il 5 giugno, edito da Sperling e Kupfer.
Per chi dovesse già sentire la nostalgia di arrivare troppo presto all'ultima pagina non dovrà aspettare a lungo: in autunno uscirà un altro romanzo di King, più breve di The Outsider ma dal titolo ugualmente accattivante: Elevation.
La trama in soldoni? Un uomo inizia a perdere costantemente peso senza ripercussioni sul suo aspetto fisico. 
Che dire, sembra che l'età e la quantità di storie scritte dallo zio non abbiano ancora esaurito la sua vena creativa!

martedì 22 maggio 2018

Deadpool 2 è già campione di incassi!


Cari (A)sociali, Deadpool 2 è uscito nelle sale cinematografiche italiane da poco più di una settimana e ha già raggiunto il ragguardevole traguardo dei 4 milioni di euro di incassi al botteghino, che sommati agli incassi del resto del mondo supera i 300 milioni!


Anche Wade è stupito dal successo del suo film!

Dopo il successo insperato del suo predecessore, Deadpool 2 raggiunge nuove vette grazie all'irriverenza del protagonista e a un cast di protagonisti e comprimari decisamente fuori dal comune, coniugando sapientemente scene d'azione adrenaliniche e veri e propri siparietti comici che stemperano l'atmosfera e rendono il tutto godibilissimo.
Il villain di turno, Cable, è un vero osso duro, ma condivide con Wade, alias Deadpool, quell'insana ironia che lo rende decisamente un cattivo dalle tinte meno fosche e drammatiche di un altro villain interpretato da Josh Brolin: il mitico Thanos di Avengers: Infinity War.
Deadpool 2 mantiene la verve eccentrica del primo capitolo e la esalta regalando 2 ore di cinismo, gag, battute che rompono la "quarta parete" e si rivolgono direttamente allo spettatore, effetti speciali e tante, ma tante parolacce: come si fa a non volergli un gran bene?


Per chi non fosse già andato a vederlo e volesse farsi un'idea di cosa lo aspetta (ma davvero non sapete di cosa sto parlando? No, dai, non dite sul serio!), può gustarsi il trailer nella sezione apposita del blog.
Come sempre, cari (A)sociali, ogni commento sarà ben accetto.

domenica 20 maggio 2018

RetroMovie: La Cosa di John Carpenter


 

Cari (A)sociali, da oggi inauguriamo il RetroMovie: di volta in volta recensiremo un film "stagionato" che, in un modo o nell'altro, ha fatto la storia del cinema.
Ad aprire le danze è La Cosa (titolo originale: The Thing) di John Carpenter del 1982, con protagonista Kurt Russell (i più giovani di voi lo ricorderanno come Ego, il Celestiale padre di Star Lord in Guardiani della Galassia Vol. 2, mentre i più navigati lo conoscono meglio per film come Stargate e Tango e Cash).


Siamo in Antartide. Nella base scientifica statunitense un parassita alieno riesce ad assumere le sembianze degli esseri viventi con cui entra in contatto sostituendosi a essi. I componenti del team, impossibilitati a fuggire, iniziano a dubitare l'uno dell'altro, poiché chiunque potrebbe essere la copia aliena, così come non potrebbe esserlo nessuno.
Kurt Russell veste i panni dell'elicotterista MacReady ed è il protagonista di questo horror che fonda la sua paura sul senso di isolamento, sulla diffidenza verso il prossimo, sulla paranoia.
La sensazione di trovarsi in una base isolata al Polo Sud, infatti, è resa molto bene e fa da cardine a tutte le vicende del film, mentre gli effetti speciali di un'era pre-CGI, a opera del celebre Rob Bottin (autore, tra gli altri, anche degli effetti speciali di Robocop e Atto di Forza), sono tra i migliori di quegli anni e, a dirla tutta, anche di determinate produzioni più recenti.
Il parassita alieno ha un istinto di sopravvivenza che lo porta a mutare se viene ferito o semplicemente attaccato e, a quanto pare, ha una sola debolezza: il fuoco.
La genialità di questo film è che la paura non viene prettamente dalle scene più violente e sanguinose, ma dall'angoscia costante che permea l'intera pellicole, complici delle musiche che da sole meriterebbero una standing ovation.

Anche l'elicotterista MacReady verrà accusato di essere "la cosa"

La lotta finale con l'essere immondo mutato all'inverosimile dopo essere stato scoperto nel tentativo di costruire una astronave e fuggire, regala attimi di goduria per gli amanti del genere, mentre il finale "aperto" lascia intendere allo spettatore che la creatura sia stata sconfitta... o forse no.


In questo film, il parassita alieno è un semplice pretesto per dimostrare quanto l'uomo, nella totale assenza di fiducia del prossimo, possa perdere la testa, accanendosi sui suoi stessi simili e cercando nei modi più irrazionali e irragionevoli di preservare la propria incolumità. Una lezione simile, egregiamente sviluppata, la troviamo nella serie a fumetti The Walking Dead, di Robert Kirkman, in cui il pretesto in questo caso è l'epidemia che trasforma gli esseri umani in zombi e la disperata voglia di sopravvivenza porta i  superstiti, riuniti in gruppi, a scelte e gesti estremi.
In La Cosa il contesto di isolamento acuisce ancora di più questi elementi e il pensiero di uccidere tutti gli altri per assicurarsi che nessuno di essi possa essere una minaccia sfiora le menti di più di un protagonista, accelerando un processo di conseguenze che sfocia nel già citato finale.
Se ne avete l'occasione guardatelo senza pregiudizi e senza badare agli anni che si porta sulle spalle, non ve ne pentirete.
Per completezza, dopo potreste guardare anche il prequel (intitolato allo stesso modo, quando si dice la fantasia) uscito nel 2011 e ambientato tre giorni prima del film di Carpenter, con protagonista la squadra norvegese che per prima entra in contatto con il temibile parassita mutaforma. 
Il prequel è godibile, gli effetti speciali sono  molto ben fatti e il collegamento con il suo sequel/predecessore dona una completezza degli eventi che fa apprezzare ancor di più le dinamiche dell'intera vicenda. 
Degno di apprezzamento anche l'omonimo videogame uscito nel 2002 per Playstation 2, Xbox e pc, che funge da sequel del film di Carpenter e che ne ricalca egregiamente le atmosfere. 
Vi lascio al trailer originale del film del 1982 e, come sempre, fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti!


13 Reasons Why: la seconda stagione su Netflix



Cari (A)sociali, tra le decine e decine di serie tv proposte dalle emittenti televisive, soltanto poche lasciano il segno in quanto a caratterizzazione e temi trattati.
13 Reasons Why (Tredici, in italiano) è una di queste. Pubblicata su Netflix nel 2017, racconta la storia di Hannah Baker, una ragazza che, prima di suicidarsi, decide di registrare i tredici motivi che l'hanno spinta a suicidarsi su altrettanti nastri.
La serie tratta temi delicati e purtroppo molto attuali come lo stupro, il bullismo, l'omosessualità e il suicidio. Per chi ha visto la prima stagione avvertirà ancora il sapore amaro dell'ultima puntata, in cui la scena del suicidio della ragazza è un vero e proprio pugno nello stomaco.
La domanda sorge dunque spontanea: cosa spinge gli autori a sfornare una seconda stagione visto che la prima si era conclusa senza lasciare alcun puntino in sospeso?
Le vicende di 13RW2 sono ambientate qualche mese dopo la fine della prima, con la madre di Hannah, Olivia, che muove un processo contro la scuola della figlia, trasformando la voglia di verità in voglia di giustizia e in un certo senso di vendetta per quanto accaduto.
Le cassette lasciano il posto a tredici polaroid rivelatrici di una verità che qualcuno cerca di celare a tutti i costi. Ecco quindi che la seconda stagione rimescola le carte in tavola e trasforma alcune certezze in mistero, un mistero che sembra voler competere con quello della stagione precedente, senza riuscirci fino in fondo: si ha come la sensazione, infatti, che determinati avvenimenti siano troppo forzati a scapito del realismo.
La triste vicenda che ha portato Hannah al suicidio viene ripercorsa attraverso le deposizioni dei testimoni, dove verità e bugie si intrecciano nel tentativo di nascondere i veri colpevoli.
Anche stavolta saranno trattati temi scottanti per il giovane pubblico a cui è rivolto, gettando un'ombra anche sull'assoluta innocenza della stessa Hannah per quanto accadutole.
Se anche voi volete saperne di più sulle tredici polaroid e sul processo alla Liberty High, non vi resta che andare su Netflix e guardare la seconda stagione di 13 Reasons Why.




"Hai ascoltato la mia storia nel modo in cui io volevo che fosse raccontata,
ma c'è sempre un'altra versione della storia"
Hannah Baker


venerdì 18 maggio 2018

Streghe: il trailer del reboot della serie tv. Ne avevamo proprio bisogno?



Il reboot, si sa, è il modo più facile per fare cassa nel mondo del cinema o della televisione quando si è a secco di idee.
Stavolta è il turno di Streghe, la serie televisiva andata in onda in Italia dal 1999 al 2006 per ben otto stagioni in cui le sorelle Halliwell, Piper, Phoebe e Prue (sostituita da Paige in seguito alla sua morte nella quarta stagione) si trovano a combattere il Male con l'aiuto di Leo, il loro Angelo bianco.
Nel reboot, stessa lotta contro il Male, stesso numero di sorelle, ma nomi diversi: ecco che le sorelle Halliwell nella nuova serie sono le sorelle Pruitt: Macy (con il potere della psicocinesi), Maggie (capace di leggere nel pensiero) e Mel (in grado di manipolare il tempo). L'Angelo Bianco, Harry, le aiuterà contro le forze oscure con cui dovranno fronteggiarsi.
Da quanto visto nel trailer, i protagonisti, sorelle in primis, sembrano lontani anni luce dal carisma dei loro predecessori e gli sceneggiatori dovranno sforzarsi ogni oltre limite per dare originalità a una storia che, nella serie originale, può definirsi completa sotto ogni punto di vista.
Date un'occhiata al trailer in lingua originale in attesa di quello doppiato in italiano e fatemi sapere cosa ne pensate. 
Per quanto riguarda l'era dei reboot, l'ho detto in altre occasioni e lo ripeto anche adesso: è molto lontana dall'essere accantonata a scapito di idee originali, quindi fatevene una ragione e preparatevi a una vera e propria invasione di cloni televisivi e cinematografici.

Funko Pop!: chi ha detto che i giocattoli sono solo per bambini?


Cari (A)sociali, cosa c'è di meglio che passare il venerdì sera stravaccati sul morbido e invitante divano di casa propria a riempirsi il cervello di sane porcate televisive? Per esempio, leggere il post sui Funko Pop!, le action figures in puro stile "super deformed" che riproducono i protagonisti di cartoni animati, serie tv, film, albi a fumetti, manga e videogiochi, oltre che personaggi famosi, della musica, dello spettacolo e delle arti in generale; insomma, se qualcuno o qualcosa ha un minimo di notorietà state pur certi che esiste la sua controparte in puro stile Funko.
Ma cosa distingue queste action figures da tutte le altre? E perché non possiamo definirle semplici giocattoli per bambini?
Innanzitutto perché non lo sono.
Le Funko Pop! si rivolgono specialmente a estimatori e collezionisti del genere e si distinguono per l'accuratezza dei dettagli e il particolare stile "super deformed" citato poco prima, dove i personaggi hanno le proporzioni e le fattezze tipiche dei bambini appena nati (testa sproporzionata rispetto al corpo e occhi grandi).
La Funko, azienda produttrice delle action figures, a partire dal 2005 ha pensato bene di firmare contratti con le maggiori società quali Disney, Dreamworks, Hasbro, Marvel e parecchie altre ancora, per sfruttare le licenze dei loro personaggi più conosciuti e amati dal grande pubblico.
Una mossa molto furba capace di ribaltare le sorti di una azienda e moltiplicarne il fatturato, dato che è ormai noto a tutti che l'associazione "brand + personaggio famoso X" è quasi sempre garanzia di successo.
Una mossa, tra l'altro, che anche Lego, a un passo dalla bancarotta, aveva adottato nei primi anni del Duemila e sappiamo tutti come è andata a finire.
La Funko sforna le action figure tutte caratterizzate da un numero identificativo e da una confezione che rispecchia lo stile del personaggio corrispondente, rendendola a sua volta articolo da collezione.
I collezionisti possono così scegliere di acquistare soltanto una determinata linea di Funko Pop! (Ghostbusters, Harry Potter, Avengers, Strangers Things, personaggi Disney, la scelta è sterminata) o quelli che più catturano la loro attenzione e i loro gusti. 

Funko Pop! #249: Hulk di Thor: Ragnarok


Personalmente, conosco ragazzi che espongono fieri i loro "pupazzetti" preferiti, alti circa dieci centimetri, sulle mensole della loro camera da letto e ne conosco altri che li tengono ben custoditi nell'armadio, chiusi nelle loro confezioni originali, convinti che negli anni acquisteranno valore. 
Che abbiano torto o meno solo il tempo potrà dirlo. Chi avrebbe mai detto, per esempio, che persino le sorprese degli ovetti Kinder sarebbero state oggetto di collezione? E delle schede telefoniche ne vogliamo parlare?
Sta di fatto che i Funko Pop! sono davvero una gioia per gli occhi e alcune "chicche" sono davvero imperdibili per i nostalgici, per non parlare dei fanatici delle serie tv e dei videogames, che troveranno pane per i loro denti.

Funko Pop! #523: Undici di Stranger Things (versione con elettrodi sulla testa)



Funko Pop! #467: Carrie White "insanguinata" dell'omonimo film Carrie


La Funko non si è limitata a produrre i personaggi legati ai vari brand famosi. Per una serie di personaggi ci sono addirittura diverse versioni, che possono variare per l'espressione del volto o perché rimandano a una scena particolare del film/videogioco/cartone animato/fumetto che li vedono protagonisti.

Funko Pop! #592: Mr. Bean

Infine, ci sono le cosiddette "chase edition". Anche queste, differiscono dalla versione "standard" da un particolare, un dettaglio, una diversa espressione facciale o un accessorio in più o in meno, soltanto che queste ultime sono in edizione limitata e, se acquistate online, la spedizione di una "chase edition" rispetto a una "standard" è del tutto casuale (per ogni sei action figures "standard" ne viene prodotta una "chase") e quindi, come è facile immaginare, sono molto ricercate dai collezionisti.

Funko Pop! #456: Jack Torrance di Shining in versione "standard" (in alto) e "chase" (in basso)


Se state cercando un nuovo hobby o avete intenzione di iniziare una collezione, le action figures Funko Pop! potrebbero essere quello che fa per voi.
Quali possedete? E quali vorreste che producessero? Scrivetelo nei commenti!


mercoledì 16 maggio 2018

Guardiani della Galassia: Vol. 3


Cari (A)sociali, Avengers: Infinity War è ancora in proiezione nelle sale italiane e già trapelano notizie sui prossimi progetti targati Marvel. 
Nello specifico, il terzo capitolo de I Guardiani della Galassia, intitolato: Vol.3 (proseguendo coerentemente con i titoli dei precedenti capitoli) dovrebbe uscire intorno alla fine del primo semestre del 2020, quindi abbondantemente dopo l'uscita della seconda parte di A:IW e, a meno che non si tratti di un sequel/prequel, degli eventi che porteranno i nostri eroi alla resa dei conti con Thanos.
Chris Pratt ha letto lo script e lo ha definito "fenomenale", mentre nulla ci è dato sapere della trama o degli attori che ne faranno parte, quasi certamente per non spoilerare eventuali colpi di scena relativi a A:IW pt.2.
State certi che vi aggiornerò sulle novità più succulente, ma chi di voi ha già visto Infinity War intuirà facilmente anche gli eventi futuri.
Il regista James Gunn ha assicurato che, nonostante ogni capitolo dei GdG sia autoconclusivo, il filo conduttore legherà i primi due al terzo e ultimo del franchise, chiudendo così il cerchio di una avventura nata quattro anni fa. Non ci resta che aspettare due anni.
Pochi, no?


Bohemian Rhapsody: il trailer del film sui Queen con Rami Malek nei panni dell'indimenticabile Freddie Mercury


Cari (A)sociali, 

dal titolo, avrete capito che questo trailer non ha bisogno di presentazioni. I Queen sono stati un gruppo che ha segnato un ventennio di storia musicale e, seppure abbiano continuato a suonare fino a una decina di anni fa, per molti fan (me compreso) il gruppo cessò realmente di esistere con la morte del mitico Freddie Mercury, leader della band, avvenuta nel 1991.
Sebbene la band avesse doti musicali innate, infatti, era Freddie Mercury a fare da traino durante le loro esibizioni, con i suoi spettacoli, le sue coreografie, il suo essere stravagante ed eccentrico, le sue doti vocali indiscusse.
Il titolo del film, Bohemian Rhapsody, prende nome da una delle più celebri canzoni dei Queen, che racchiude tutte le qualità di ogni singolo componente del gruppo ed è a oggi considerata tra le migliori 500 canzoni di tutti i tempi.
Dopo varie tribolazioni sulla realizzazione della pellicola (come sempre accade quando si ha sotto le mani un copione di tale portata), cambi in corsa alla regia (da Dexter Fletcher a Bryan Singer, per tornare nuovamente a Fletcher a metà riprese), anche la scelta dell'attore che avrebbe interpretato Freddie Mercury fu particolarmente difficile, passando dal celeberrimo Sacha Baron Cohen (Attore e regista di film come Ali G Inda House, Borat e Brüno) al validissimo Rami Malek, attore giovane e capace reso noto al grande pubblico grazie alla serie tv Mr Robot.
Malek interpreta (magistralmente) il cantante durante i primi quindici anni di carriera dei Queen e sebbene la somiglianza con il Freddie "più giovane" sia notevole, non si può dire altrettanto nella sua interpretazione dieci anni dopo, in cui il viso troppo giovanile dell'attore, nonostante trucco e parrucco, non riesce ad avvicinarsi neanche lontanamente all'aspetto mascolino e rude di Mercury.
Tra canzoni che hanno fatto la storia del rock mondiale e scene che raccontano la vita più intima e privata del gruppo, Bohemian Rhapsody, che uscirà a quasi 27 anni esatti dalla morte di Freddie Mercury, si preannuncia come un must see per tutti coloro che hanno vissuto pienamente un periodo storico fatto di musica, eccessi e idoli consacrati all'eternità.

martedì 15 maggio 2018

(A)social Network



Cari (A)sociali, viviamo in un mondo social. Quante volte lo avete sentito dire? Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest e tantissimi altri strumenti ci consentono di condividere parte delle nostre vite, dei nostri momenti quotidiani, del nostro modo di essere. 
Accorciano le distanze, permettono di rimanere in contatto con amici lontani e di ritrovare vecchie amicizie, compagni di scuola e, perché no, trovare potenziali partner.
Meraviglie della tecnologia, no? Chi avrebbe mai detto che un giorno avremmo avuto il mondo intero a portata di un click? 
Questo fenomeno visto da lontano è davvero qualcosa di incredibile, sorprendente, eccitante, ma basta avvicinarsi un po' e sezionare le varie componenti per scoprire che, in fondo, la nostra idea di social è ben distante dall'utilizzo che ne facciamo in realtà.
Quando tutto ciò non esisteva, per esprimersi, c'era la necessità di porsi di fronte a un'altra persona: un corteggiamento, un invito, un semplice pensiero, una affermazione che magari risultava essere in contrasto con quella dell'interlocutore. Ogni azione aveva una conseguenza che si sarebbe dovuta affrontare guardando dritto negli occhi l'altra persona.
C'erano i gesti involontari, gli sguardi sfuggenti, la psicologia spicciola del mordersi il labbro inferiore, spostarsi una ciocca di capelli, toccarsi la punta del naso, gesticolare, sfiorarsi; tutto poteva essere segno di interesse o disinteresse, di amore o di odio, di passione o di distacco.
Era tutto lì, non ci si doveva inventare nulla: due o più persone che agivano e reagivano in base all'azione e alla reazione dell'altro.
Con l'avvento delle nuove tecnologie, sms prima e mms poi hanno abbattuto la barriera dell'espressione diretta, consentendo un modo di esprimersi e di comunicare del tutto nuovo.
Ai brevi messaggi di testo si potevano associare le foto o dei brevi file audio, cosa prima impensabile.
L'evoluzione naturale delle cose ci ha portato a esponenziare particolarmente questo metodo di comunicazione e oggi è davanti agli occhi di tutti la marea di opzioni che lo rendono possibile.
Ci si sente quasi sempre tramite un messaggio di testo, una nota vocale su Whatsapp, una foto su Instagram, un post su Facebook.
Si commenta e si viene commentati. Spesso non sappiamo chi è il nostro interlocutore, accettiamo richieste di amicizia perché magari il profilo che vediamo è interessante e non è come accettare un invito a cena da uno sconosciuto, in cui si potrebbe correre un pericolo fisico.
La rete è sicura.
Così, come la sicurezza di non poter essere aggrediti fisicamente ci fa abbassare la guardia e ci fa "aprire a nuove conoscenze", al tempo stesso a volte siamo noi ad attaccare chi non la pensa allo stesso modo, chi pubblica un contenuto che non ci aggrada, chi esprime concetti che non rispecchiano il nostro modo di essere.
Ecco che IO diventa l'imperativo assoluto, un punto fermo al quale tutti devono adeguarsi, pena il blocco, la segnalazione o il dislike.
Vegani contro onnivori, ambientalisti contro multinazionali, gay contro etero, abortisti contro antiabortisti, pro-vaccini contro no-vax, si potrebbe davvero andare avanti all'infinito.
La vera libertà di espressione, a quanto pare, è quella di essere "contro" qualcosa o qualcuno.
Guai a cercare di argomentare. Il pensiero altrui (e il nostro) è inviolabile.  Postare un qualsivoglia contenuto diventa l'essere padroni di quello specifico concetto e chi non si attiene, il più delle volte, viene sottoposto a una sassaiola virtuale, bloccato, bannato.
Poi ci sono quelli che in rete vogliono solo creare scompiglio, e via di fake news, attacchi mirati, profili falsi, contenuti provocanti, i cosiddetti troll.
Ovviamente ci sono anche persone interessate a pubblicare contenuti di qualità e condividere davvero il proprio pensiero, ma è sempre più facile che si perdano nel marasma di una rete così vasta, confondendoci e rendendoci sempre più insicuri.
Una frase, letta così come viene scritta, senza intonazione e senza contesto, può essere male interpretata e non è raro doversi poi giustificare o spiegare cosa si volesse realmente dire.
Non nascondiamolo, c'è gente che ci campa sui soggetti che, presi dalla sindrome del "leone da tastiera", attacca o offende qualcuno, un personaggio famoso o magari un semplice conoscente, perché tanto l'attacco è indiretto, non comporta nessuno scontro verbale, non c'è una vera e propria interazione tra il soggetto "aggressore" e quello "aggredito". 
La trasmissione Le Iene, per esempio, mette spesso faccia a faccia personaggi dello spettacolo con i loro haters e nella quasi totalità delle situazione questi ultimi, di fronte alle loro vittime, si rivelano degli agnellini, accampando scuse e arrampicandosi sugli specchi. In poche parole, si rivelano fragili senza la corazza del loro pc.
Infine, last but not least, ci sono quelli che fotografano tutto ciò che mangiano, quelli che postano tutto ciò che fanno e i selfisti. Nella maggior parte dei casi sono elementi che non hanno un reale interesse a condividere, perché la condivisione dovrebbe essere un rapporto fatto di dare e avere, mentre spesso la spinta è solo il voler apparire, il mostrarsi, l'essere "presente".
Quante di queste situazioni vi sembrano social? Nessuna, perché i termini socializzare e condividere hanno assunto significati tutti nuovi in rete, avulsi da ciò che è la loro reale espressione.
Faccio male a definirli, in sintesi, (A)social Network? Abbiamo o non abbiamo travisato quello che doveva essere un concetto di interazione totale e globale?
Io credo che, se i social fossero un esperimento scientifico, dimostrerebbero che l'essere umano tende sempre a prevaricare. 
Essere social e essere sociali, credetemi, sono due cose agli antipodi.
Voi cosa ne pensate? Commentate senza paura, ricordate che questo è uno spazio (A)social!



lunedì 14 maggio 2018

Il Manichino di S.L. Grey


Cari (A)sociali, oggi parecchi di voi sono tornati al lavoro dopo un rinfrancante fine settimana al riparo dai contatti umani, quindi capisco benissimo come vi sentiate. Potrebbe esserci di peggio, però, se ci pensate bene.
Cosa? Beh, per esempio restare intrappolati nella dimensione parallela di un centro commerciale!
Non ci credete? Allora dovete proprio leggere il romanzo thriller Il Manichino di S.L. Grey, lo pseudonimo dietro il quale si nascondono gli scrittori Sarah Lotz e Louis Greenberg. 
Il Manichino narra la storia di Dan, commesso di un centro commerciale, e Rhoda, una sbandata con una vistosa cicatrice sul viso e una avversione pressoché totale per il genere umano. I due si incontrano proprio nel centro commerciale dove lavora Dan e senza rendersene conto vengono catapultati in un mondo parallelo in cui ogni persona si comporta come una macchina senziente e dove una sinistra entità sembra inseguirli costantemente, mettendosi in contatto con loro per mezzo di sms sul cellulare della ragazza.
Il lettore viene così catapultato in un mondo che sconcerta e disturba e il cui senso di oppressione è ben ricreato dalla coppia Lotz-Greenberg. Il titolo originale, The Mall (letteralmente tradotto: Il Centro Commerciale) è semplice e anticipa al lettore, senza giri di parole, quale sarà l'ambientazione del romanzo. La Newton Compton Editori, invece, avrà forse pensato che tradurre letteralmente il titolo originale lo avrebbe fatto somigliare a una soap opera (tipo Cento Vetrine) e così lo ha cambiato, strizzando l'occhiolino a una breve e disturbante scena tipicamente horror in cui i due protagonisti si scontrano con una serie di manichini animati dalle intenzioni molto poco pacifiche nei loro confronti.
Sebbene il finale non sia dei più fantasiosi, è comunque ciò che ci si aspetterebbe da una storia del genere e non stona rispetto a quanto letto fino a quel momento. La nota dolente, se così vogliamo chiamarla, è la caratterizzazione di Dan e Rhoda, forse fin troppo accentuata su determinati aspetti, impedendo al lettore generico medio di potersi immedesimare ad almeno uno dei due, generando quell'imprinting che porta a "tifare" per le sorti dell'uno o dell'altra.
La scrittura a quattro mani è ben amalgamata e riesce nell'intento di parlare con una sola voce senza far intendere "chi" abbia scritto "cosa" e dimostrandosi una superba prova di scrittura per due autori prima di allora quasi sconosciuti al di fuori del Sudafrica, loro terra natìa.
Sarah Lotz ha seguito la strada del thriller "fuori dai canoni" con Il Segno, un romanzo sotto forma di articoli di giornale e testimonianze acclamato da Stephen King, ma che io personalmente ho trovato faticoso da leggere per la sua natura frammentaria.
Il Manichino è uscito nel 2012 e potete ancora trovarlo nel formato "copertina rigida" a poco più di cinque euro, una cifra irrisoria considerando la qualità della rilegatura e la godibilità della storia. 
Se i centri commerciali vi rendono claustrofobici e i manichini in vetrina vi danno sempre l'impressione che vi stiano guardando, questo è il libro che fa per voi.
Se lo avete letto e volete condividere la vostra opinione, la sezione commenti è sempre a vostra disposizione. 
Bene, cari amici (A)sociali, il tempo passa quando ci si ritrova intrappolati in un centro commerciale e adesso devo proprio lasciarvi, perché ho appena avuto l'assurda sensazione che quel manichino del negozio di abbigliamento stesse fissando proprio me... Oh cazzo!


La copertina e il titolo originali sono molto d'effetto, non trovate?

domenica 13 maggio 2018

Avengers Infinity War



Cari (A)sociali questo è un articolo NO SPOILER. Lo specifico sin da subito, anche se dubito che siano rimasti in molti a non aver ancora visto il film dei fratelli Russo. In poche parole, la trama può essere riassunta così: Thanos è determinato a impossessarsi delle sei gemme del potere per sterminare con uno schiocco delle dita metà della popolazione dell'intero Universo.
La motivazione? Un pianeta con una sempre più crescente densità demografica è statisticamente votato al collasso e lui, che lo ha provato sulla sua pelle, non vuole che anche il resto dell'Universo faccia la stessa fine.
Iniziamo con il dire che Thanos è il villain più riuscito non solo dei film fin'ora usciti sugli Avengers, ma dell'intera saga cinematografica targata Marvel (o CMU se preferite). Profondo, motivato e terribilmente potente: stavolta gli Avengers avranno davvero bisogno di unire tutte le loro forze per sconfiggerlo, anche se "unire" in questo caso non è il termine più adatto.
Il numero non indifferente di vendicatori presenti in questo capitolo (il sequel, ancora senza un titolo, è previsto per la seconda metà del 2019) sarebbe stato difficile da gestire nel 99% dei casi, ma i fratelli Russo hanno trovato lo stratagemma per gestirli al meglio senza sminuire nessuno di loro: dividerli in gruppi creando così delle storie parallele che, in determinati snodi della trama, si incrociano dando vita a un dinamismo che scongiura la possibile noia di un film la cui durata si attesta sulle due ore e mezza.
In questo capitolo vediamo quindi l'intera squadra dei Vendicatori che avevamo lasciato in Age of Ultron (Ironman, Thor, Capitan America, Vedova Nera, Visione, Hulk, Scarlet Witch e War Machine) ai quali si aggiungono Spiderman (fresco di tutina nuova), i Guardiani della Galassia al gran completo, Nebula, Black Panther, Soldato d'Inverno, Falcon e il Dottor Strange. Stiamo parlando di una ventina di personaggi e nessuno viene mai messo in secondo piano dall'altro.
All'appello mancano soltanto Antman e Occhio di Falco e la loro (momentanea) assenza viene spiegata fugacemente nel corso del film stesso.
Ora capirete il lavoro svolto dai Russo e il peso di una responsabilità così grande, visti i record di incassi e le critiche più che positive del filone CMU (su Thor: Ragnarok avrei pareri contrastanti, quindi mi astengo dal commentare).
Avrete sicuramente sentito dire che il finale è da infarto e mi sbottonerò dicendovi soltanto: è stramaledettamente vero.
Ora starà ai Russo rimettere insieme i cocci e gestire un numero di personaggi che nella seconda parte vedrà scendere in campo i "panchinari" più un paio di new entry (una di queste la scoprirete guardando con attenzione la scena post-credits).
Anno dopo anno, film dopo film, il CMU è riuscito a rendersi credibile e avvincente pur distaccandosi dagli albi a fumetti per ovvi motivi temporali e di diritti cinematografici e questo lo si deve a una azzeccatissima scelta degli attori, che rispecchiano fedelmente il personaggio interpretato, e una lungimiranza mai adottata fin'ora, considerando che il primo film, Iron Man, è uscito ben dieci anni fa.
Dopo aver visto AIW scoprirete con somma sorpresa che Thanos non è solo il villain carismatico da prendere a calci, ma è il protagonista assoluto dell'intera vicenda.
Le sue azioni vi faranno incazzare e commuovere allo stesso tempo, la sua brutalità vi farà venire voglia di schierarvi in campo con gli altri supereroi, ma alla fine non potrete non immedesimarvi in lui e comprendere, sotto certi aspetti, le sue scelte.
Questa è forse la parte più riuscita dell'intero film: un cattivo che non è cattivo e che non si comporta come tale, ma la cui determinazione lo porta ad agire in virtù di uno scopo nobile, preservare la vita.
Visto da questa angolazione, chi è il vero cattivo? Chi vuole preservare la vita dell'Universo o chi lotta per impedirglielo? Sarete d'accordo con me che, come in tutte le situazioni, è soltanto questione di punti di vista.
Voi cosa ne pensate, cari (A)sociali? Fatemelo sapere nei commenti e, se deciderete di avventurarvi in sala tra ragazzini scalcianti, Nerd puntigliosi e coppiette sdolcinate, ricordate una cosa: tenete il culo sulla sedia fino alla scena dopo i titoli di coda!

Tremors, il trailer di una serie tv che non si farà



Cari (A)sociali, come già specificato nel titolo, questo è il trailer di una serie tv che.... non vedrete mai. Perché allora ve lo propongo ugualmente? Ma che domande, cosa fareste altrimenti?
Scherzi a parte, vi posto questo trailer perché Tremors, il film con Kevin Bacon alle prese con vermoni giganti preistorici, è stato e rimane uno di quei film che hanno fatto la storia degli anni '90. Dopo qualche seguito (pessimo) e una serie tv (inguardabile), ecco che spunta fuori il pilot con relativo trailer di quello che avrebbero dovuto fare già da un pezzo: una serie tv con Kevin Bacon che veste ancora una volta i panni del carismatico Val McKee e torna a Perfection, la minuscola cittadina diventata famosa, appunto, per i vermoni giganti.
Tutto bello, tutto molto promettente, penserete voi, mentre la mente scorre nostalgica alle scene del primo, vero e unico film sui vermoni uscito ben 28 anni fa.
Per niente, vi rispondo io, perché SyFy, il canale statunitense via cavo sul quale sarebbe dovuta andare in onda la serie, ha mostrato un tale disinteresse da non volerla nella propria programmazione.
Io vorrei che guardaste ugualmente il trailer perché a mio avviso questa serie poteva avere tutte le carte in regola (nostalgia inclusa) per risultare un prodotto validissimo.
Voi cosa ne pensate? Commentate senza timore e se sentite la terra tremare... correte!

The Predator: il trailer in italiano del reboot!



Cari (A)sociali, era il lontano 1987 quando Arnold Schwarzenegger prendeva a calci in culo l'alieno cacciatore di trofei (teschi umani, per la precisione) e Predator si faceva spazio accanto ai film culto usciti in quel decennio. Come è solito aspettarsi da un film del genere, sono usciti nel corso degli anni svariati seguiti, ma nessuno di questi è riuscito soltanto minimamente ad avvicinarsi alle atmosfere e ai protagonisti splendidamente caratterizzati del capostipite.
Vi ho anche accennato, da qualche parte sul mio blog, che la moda di sequel, remake e reboot è ancora viva e pimpante e pronta a fare strage di film che hanno segnato un'epoca. Perché, quindi, un film come Predator avrebbe dovuto sottrarsi a questo scempio... ehm, volevo dire, a questa tradizione?
Il reboot in questione dovrebbe arrivare nelle nostre sale in autunno, ma già dal trailer in italiano potrete farvi un'idea di cosa ci aspetterà.
Una notizia che potrebbe (forse) farci ben sperare (ri-forse) per le sorti di questa ennesima rivisitazione (ho già detto forse?) è che il regista sarà Shane Black, il cui nome potrà anche non dirvi nulla, ma sono certo che vi si accenderà una piccola lampadina nella testa se vi dico che era il fifosissimo Hawkins del primo capitolo.


Black non faceva proprio una gran bella fine nel film, speriamo gli vada meglio come regista...

Nell'Erba Alta: in arrivo su Netflix il film tratto dal racconto di Stephen King



Quello tra Stephen King e Netflix è un legame che sembra rafforzarsi ogni giorno di più. Dopo 1922, Il Gioco di Gerald e la serie tv The Mist, rivelatasi un tale flop da far si che la prima stagione fosse anche l'ultima, sta per arrivare il film tratto dal racconto scritto a quattro mani insieme al figlio Joe Hill e intitolato, appunto, Nell'Erba Alta. Il racconto, uscito esclusivamente in ebook, narra le vicende di due fratelli in viaggio attraverso il Kansas che, sentendo grida di aiuto provenienti da un campo di erba alta a bordo strada, vi si avventurano fino a perdercisi dentro.
Se il film resterà fedele al racconto lo scopriremo soltanto quando uscirà, mentre l'inizio delle riprese dovrebbe essere fissato per l'estate prossima. 
Per chi volesse prepararsi può leggere il racconto, a patto che possieda un e-reader.
Per il momento è tutto cari (A)sociali, e se sentite implorazioni di aiuto provenire da un campo vicino a voi, beh, chiamate la polizia!

Resident Evil: cosa dobbiamo aspettarci?


Pare che la Constantin Films stia lavorando nuovamente sul brand Resident Evil e che voglia in qualche modo ripartire da zero. Ora, non sappiamo se l'intenzione sia quella del reboot, lasciando che la cara e vecchia (cinematograficamente parlando) Alice interpretata da quella gnoccolona di Milla Jovovich prenda polvere in soffitta o donare continuità alla saga cinematografica più controversa di tutti i tempi videoludici (dite quello che volete ma io i film di RE non riesco proprio a mandarli giù a parte, forse, il primo).
L'idea, che mi vedrebbe totalmente a favore, potrebbe essere quella di una serie tv, che più si addirebbe a una saga così lunga e complessa che, a mio avviso, sul grande schermo ha espresso soltanto l'1% del suo potenziale. Se serie tv sarà, potrebbe essere un'esclusiva Netflix, Infinity o Sky, ma nulla toglie che possano aver pensato a strategie e strade alternative per riportare in vita (capito il gioco di parole?) zombie, Nemesis, lickers e qualsiasi altra bestiaccia uscita dalle provette della Umbrella. Cari amici (A)sociali, fossi in voi mi barricherei in casa per prepararmi all'imminente arrivo di orde di mostri mutanti, ma dimenticavo che voi, dello starsene chiusi in casa, siete dei maestri, ho ragione?
Drizzate le antenne, qui dal mio bunker continuerò a tenervi aggiornati e posso assicurarvi che ho tutto l'armamentario per respingere quei sacchi di carne ambulanti!
Non siate timidi, fatemi sapere cosa ne pensate!

Jumanji: sequel in arrivo!

Buona domenica cari (A)sociali, noto con piacere che anche oggi le tentazioni del mondo esterno non hanno corrotto il vostro animo solitario, non posso che rallegrarmene.
Vi ricordate il film Jumanji: Benvenuti Nella Giungla, il sequel/remake del primo celeberrimo film che vede il compianto Robin Williams come protagonista di un assurdo gioco di ruolo in prima persona? Bene, pare che alla Sony la voglia di battere i tamburi e scatenare le forze della natura non sia proprio passata, non del tutto almeno, tanto da annunciare ufficialmente l'uscita del sequel del sequel/remake (vi gira la testa? Abituatevi, sembra che la moda dei sequel/prequel/remake/reboot sia ancora lontana dall'esaurirsi) verso Natale 2019.
Nessuna voce riguardo al cast, confermato invece il regista Jake Kasdan.
Per chi avesse la memoria corta o non lo avesse visto (rimediate, quindi), Jumanji: Benvenuti Nella Jungla narra la storia di quattro ragazzi nei panni dei personaggi dello storico gioco di ruolo che, per adattarsi ai tempi moderni, si ripropone in forma di console casalinga. Il dottor Bravestone/Dwayne Johnson, lo zoologo "Topo" Finbar/Kevin Hart, il professor Oberon/Jack Black e l'avventuriera Ruby/Karen Gillan (per chi non lo sapesse è la stessa che interpreta Nebula, la sorella di Gamora dei Guardiano della Galassia), affrontano il perfido cacciatore Van Pelt in una corsa contro il tempo che li vede obbligati a rimettere al suo posto il gioiello sulla sommità di una montagna a foroma di testa di giaguaro e gridare: Jumanji! per completare il gioco e tornare alle loro vite.

Nella parte dei Guardiani della Galassia non sarebbero stati tanto male, eh?

Mettendo da parte il confronto con il capostipite del 1995, JBNG si rivela un film godibilissimo in cui azione, comicità e suspense sono sapientemente miscelati per non annoiare lo spettatore.
Menzione d'onore a Jack Black alias Oberon, avatar della bella Bethany, il cui comportamento da ragazza in preda agli ormoni regala momenti di vero spasso.
Chi interpreterà il sequel? Si ricollegherà al film precedente come ha fatto, in un certo senso (tramite un Easter Egg che lascerò a voi il piacere di scoprire) JBNG? Lo sapremo presto. 
Avete tempo fino a Natale 2019 per recuperare entrambi i Jumanji e, se ne avete voglia, il racconto di Chris Van Allsburg del 1981 a cui sono ispirati.
Tornate pure ad abbronzarvi alla luce del vostro schermo preferito, dal mio bunker continuerò la ricerca di notizie succulenti e novità che terranno a bada la vostra recondita voglia di socializzare.

Alan Parrish viene menzionato durante il film...

sabato 12 maggio 2018

Playstation 5: uscita prevista entro il 2020

Cari (A)sociali, proprio adesso che stavate per decidervi ad abbandonare l'esilio autoimpostovi nella vostra cameretta, vivendo la vostra vita al sicuro davanti al monitor di un pc o allo schermo a cristalli liquidi di un televisore e lanciarvi nel mondo delle relazioni sociali, devo darvi una brutta notizia: entro il 2020, probabilmente, Sony lancerà sul mercato la Playstation 5. Dimenticate quindi la biondina con cui avreste tanto voluto provarci e i bagordi per le strade con gli amici; nuove e ben più appaganti avventure videoludiche potrebbero palesarsi da qui a meno di due anni.
Poche ancora le notizie ufficiali: almeno il doppio più potente dell'attuale Ps4pro (e grazie al ca...), probabile retrocompatibilità con la sorella maggiore (ma finché non vedo non credo) e tutta una serie di killer app che dovrebbero radere al suolo la concorrenza  della "scatola crociata".
Il congiuntivo in questi casi è d'obbligo: le aspettative sono alte, in passato le promesse di Sony si sono spesso trasformate in delusioni, ma il pensiero di un eventuale visore VR con uno schermo ad alta definizione e totalmente wireless, beh, mi fa sbavare già da adesso.
La fonte è ufficiale e proviene nientepopodimeno che da uno dei capoccia ai vertici della Sony in pieno E3 2017.
Voci non confermate vorrebbero un prezzo per singola unità abbastanza abbordabile, ma preferisco non sbilanciarmi perché non è detto che non escano bundle con killer app e VR ad aumentarne sensibilmente il prezzo, anche perché sappiamo benissimo che l'acquisto di una nuova console senza giochi ha ben poco senso, quindi bisognerà vedere la spesa nel suo insieme.
Ad ogni modo è una notizia che farà felice chi temeva che il mondo delle console fosse a un passo dalla fine e che i prossimi modelli sarebbero stati nient'altro che pc dalle prestazioni dedicate al divertimento videoludico.
Tornate di corsa in camera e chiudetevi dentro, quindi: due anni passano presto...

Deadpool 2: La Seconda Venuta


Chi non conosce l'irriverente Wade Wilson merita di guardare per l'eternità Batman vs Superman, ho detto tutto. Si, perché il suo Deadpool non è un supereroe, non è nemmeno un cattivo, è il tipico cazzone che si ritrova ad avere dei superpoteri e a indossare un costume, con la conseguenza di essere... un cazzone in costume da supereroe. Sboccato, superficiale, caustico, perennemente sopra le righe, per qualunque altro personaggio sarebbero stati difetti non da poco, ma non per lui, non per Deadpool.
Entrambi i film fanno parte del filone X-Men, anche se i mutanti che affiancano il protagonista non possono certo annoverarsi tra i volti noti dei mutanti del Professor X.
Il primo Deadpool vede l'omonimo protagonista affiancato da Colosso e Testata Nucleare fare il culo al perfido dottor. Francis Freeman e ritrovare la sua amata Vanessa che lo accetta così com'è, ustioni incluse. Nel secondo, anzi, nella Seconda Venuta, in uscita il 15 maggio (quindi fate una doccia veloce e mettete da parte per un paio d'ore la fobia per il contatto umano, ne varrà la pena) al cinema, il nostro simpatico supereroe arrapato dovrà vedersela con Cable, interpretato da Josh Brolin (il Thanos di Avengers: Infinity Wars, per intenderci), un villain talmente tosto da costringere il povero Wade a reclutare una squadra composta da supereroi (o quasi).
Tirate fuori dall'armadio la vostra tutina aderente miei cari (A)sociali e nell'attesa che Deadpool dia il peggio di sé sugli schermi cinematografici, gustatevi il trailer della sua... Seconda Venuta.

Jurassic World: Il Regno Distrutto


Il 7 giugno di quest'anno uscirà il sequel di Jurassic World, intitolato: Il Regno Distrutto.
Il primo episodio aveva spaccato a metà pubblico e critica, ma nonostante pareri discordanti l'appeal dei cuccioloni preistorici resi magistralmente in CGI ha fatto si che fosse un successo planetario.
Non c'è nulla di strano, quindi, se alla Universal hanno pensato di doppiare il successo con questo secondo capitolo, che vede confermato il cast di JW e che ricalcherà più o meno le vicende de Il Mondo Perduto, il film del 1997 diretto da Steven Spielberg basato sul'omonimo romanzo di Michael Crichton.
Bene, in attesa di vedere ancora una volta in azione le mascelle dell'Indominus Rex (qui, nel secondo capitolo, in un ibrido in scala ridotta ma non per questo meno letale), la maestosità del Mososauro e Blu, il "tenero" velociraptor nonché mascotte proclamata della serie, godetevi questo trailer e iniziate a preparare i popcorn.

La Scatola dei Bottoni di Gwendy, di Stephen King e Richard Chizmar


Stephen King è forse lo scrittore horror vivente più famoso e seguito in assoluto. Questa affermazione sembra mettere d'accordo più o meno tutti, così come l'affermazione che S.K. è divenuto, nel tempo, una vera e propria icona Pop. 
Di quanti altri scrittori si può dire lo stesso? Pochi, molto pochi. Il fatto che King sia stato capace ci creare con le sue storie un numero incalcolabile di fans, seguaci e fedeli lettori la dice lunga su come la scrittura, anche oggi in pieni ventunesimo secolo, è ben lontana dal morire morta e sepolta (se avvenisse una cosa del genere, probabilmente, Stephen King ci scriverebbe sopra un romanzo di millemila pagine).
King non si è limitato e tutt'ora non si limita a scrivere solo romanzi, racconti o novelle, ma nel corso della sua carriera ha potuto cimentarsi, tra alti e bassi, nei panni di attore, regista, sceneggiatore, componente di una rock band, proprietario di una stazione radio e chi più ne ha più ne metta.
Con il passare degli anni sono anche aumentate le collaborazioni con altri scrittori più o meno famosi, tra i quali ricordiamo il romanzo Sleeping Beauties scritto a quattro mani con il figlio Owen e il libro che recensirò per questa occasione, La Scatola dei Bottoni di Gwendy, frutto della sinergia con l'editore della famosa (in America) rivista Cemetery Dance.
Vi annuncio subito che, come da me accennato nel Bunker, questo è il classico caso di pubblicità creata ad arte per vendere un prodotto.
Il libro viene reclamizzato come romanzo, dal dignitoso numero di pagine (ben 256, pochine per gli standard del Re, ma assolutamente in linea con altri lavori editoriali dello stesso prezzo), è in realtà una novella il cui stratagemma per renderlo più consistente si nota fin da subito dalle prime pagine: caratteri giganteschi circondati da un'ampia cornice vuota.
La storia e l'ambientazione sono forse tra le più classiche del Re: nella cittadina di Castle Rock, che non ha bisogno di presentazioni, la piccola e insicura Gwendy Peterson viene avvicinata da un uomo misterioso che le regala una scatola in mogano ricoperta da una sfilza di bottoni colorati; Premendoli otterrà una ricompensa a discapito di... qualcos'altro.
Questo, a grandi linee, è il succo della storia che sa tanto di It, di Carrie, di Cose Preziose e, perché no, a tratti anche di N054A2 del figlio Joe Hill. I personaggi sono stranoti e non regalano nulla di aggiunto alla trama e ciò che ne salva veramente la lettura è la capacità di King, come sempre, di trascinare il lettore nel suo mondo, anche se stavolta il fascino da "compositore di parole" risulta annacquato da quella che è una collaborazione nata, a mio parere, per accendere i riflettori su figure minori e meno in vista dell'editoria, una sorta di regalo dello zio Stephen che, a quasi 71 anni suonati, sta pensando bene di preparare il terreno alle nuove leve (per così dire) sulla scia del suo successo.
Ve lo sconsiglio, quindi? Certo che no! Il romanzo merita di essere letto senza se e senza ma, con la consapevolezza, però, che un qualsiasi altro nome sulla copertina avrebbe destato un interesse pressoché nullo e lasciato in bocca un sapore stantio.
Stephen King riesce ancora una volta a conquistare, a trascinare, a emozionare con quelli che sono stati i personaggi di una vita, riproposti in una veste inedita e, chissà, in un universo parallelo al nostro. Solo per questo perdoniamo la pubblicità ingannevole e l'evidente presa per i fondelli dei caratteri per ipovedenti, ma d'altra parte allo zio Stephen non possiamo non volergli un gran bene.

Ash vs Evil Dead: è tornato Ash ti Sfascia!



Cari (A)sociali, siete riusciti anche stavolta a evitare che l'orribile moda di socializzare vi distraesse dalla vostra amata tv? Bene, allora vi siete meritati la favola della buonanotte. Mettetevi comodi e chiudete gli occhi, perché questa è la classica favola che inizia con...
C'era una volta un giovane regista di nome Sam Raimi con un sogno: girare un film horror ambientato in una casa maledetta. Dopo aver racimolato i fondi necessari a destra e a manca, quel sogno divenne realtà e nel lontano 1981 uscì il film The Evil Dead, con l'allora ventitreenne protagonista Bruce Campbell. Il film non fu proprio ben accolto dalla critica, complici il budget limitato e le riprese effettuate nei ritagli di tempo libero dei protagonisti della pellicola, tutti amici, parenti o conoscenti di Raimi, ma le idee c'erano e non lo si poteva negare. Fu così che sei anni dopo e con un budget ben più corposo uscì The Evil Dead 2, un finto sequel che altro non era se non un remake del predecessore con più sangue, più scene splatter e uno humor nero che permea l'intera pellicola. La storia di base è sempre la stessa: Ash (Campbell) e la sua fidanzata  decidono di soggiornare in una baita isolata di montagna e, complice la curiosità, ascolta la registrazione di un noto archeologo intento a leggere uno stralcio del Necronomicon Ex Mortis, un volume rilegato in pelle umana capace di aprire un varco dimensionale tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Inutile dire che i versi del libro attirano una entità malefica che senza tanti complimenti uccide la fidanzata di Ash e, non pago, cerca di riservare la stessa sorte a quest'ultimo che, nel frattempo, si taglia la mano infetta dal morso della sua ragazza/demone (della testa priva del corpo, per l'esattezza) e la sostituisce come se niente fosse con una motosega. Il finale aperto, con Ash catapultato nel Medioevo attraverso un varco dimensionale, lascia spazio a un seguito che si farà attendere fino al 1992 per arrivare e che si chiamerà The Army of Darkness (l'Armata delle Tenebre).

Le locandine degli anni '90 tendevano sempre a rendere muscoloso il protagonista...

Il terzo film vede nuovamente Ash alle prese con un'armata di morti e demoni che... ha risvegliato lui stesso dimenticando l'ultimo passo della formula da recitare per chiudere il varco e ritornare alla normalità. Qui lo humor si fa meno sottile, la stessa armata di morti è caricaturale, composta da scheletri dinoccolati e mossi con la tecnica dello stop motion, e l'orrore lascia spazio al puro intrattenimento, a qualche episodio nonsense e a citazioni che rimarranno scolpite nell'immaginario collettivo per gli anni a venire.
Ne cito una tra tutte: Ash, che rivolgendosi all'avvenente ragazza che si prende cura di lui, credendolo il Prescelto, le dice prima di baciarla: "Dammi un po' di zucchero, baby!".
Tre film strettamente e inevitabilmente correlati tra loro, così pieni di citazioni, di carisma e di sangue oltre ogni limite non potevano non diventare dei cult, cosa che puntualmente avvenne.
Era inevitabile, quindi, che si pensasse a una serie tv che ne ricalcasse l'atmosfera e quello humor che si era fatto sempre più prepotente film dopo film.
Il problema era solo uno: come giustificare l'ennesimo ritorno del male dopo più di trent'anni nella vita di Ash, che nel frattempo è tornato a lavorare come commesso del reparto ferramenta di un supermercato di Jacksonville? Alla maniera di Ash, ovviamente: leggendo la frase "resuscitamorti" nella sua casa-roulotte per far colpo con una prostituta mentre sono entrambi strafatti di erba! Da qui le tre stagioni, attualmente disponibili in esclusiva su Infinity, raccontano di Ruby, interpretata da Xena... ehm, no, volevo dire da Lucy Lawless, che incarna il demone che Ash ha combattuto e rispedito al mittente per ben tre volte (due se consideriamo che il secondo film è il remake del primo) e che è ben determinata a impossessarsi del Necronomicon gelosamente custodito da Ash per tutti questi anni così da far si che la Terra diventi il luogo di villeggiatura del male. Ash calzerà ancora una volta la motosega, ma non sarà solo stavolta: ad affiancarlo ci saranno Pablo e Kelly, due suoi colleghi di lavoro che si riveleranno determinati quanto lui a sconfiggere (stavolta si spera una volta per tutte) il male impersonificato in Ruby.


I colpi di scena sono tanti, si, ma quasi tutti insignificanti per il dipanamento della trama. Glielo perdoniamo, perché il vero spirito di Ash vs Evil Dead è nei suoi siparietti assurdamente splatter, nella sua comicità fuori luogo e surreale, nella compostezza del protagonista in momenti in cui dovrebbe farsi prendere dal panico e, dai, diciamocelo, perché una motosega al posto della mano è una cosa strasupercazzutissima!
Guardatevi le prime tre stagioni su Infinity se ne avete l'occasione, non ve ne pentirete, anche se per un calo degli ascolti la Starz, la rete in cui va in onda in America, ha cancellato la quarta stagione. Credetemi se vi dico che, anche con un finale della terza stagione aperto che comunque lascia presagire svolte interessanti per il proseguimento della serie (Ash aveva riacquistato persino la sua mano nell'ultima puntata, ma per chi vedrà tutte e tre le stagioni scoprirà che per lui avere entrambe le mani non è proprio destino...), ma il Dio Dollaro ha la precedenza su noi poveri affamati di sangue a ettolitri e motoseghe ruggenti.
Cosa ci fate ancora qui? scendete in cantina a prendere il vostro fucile a canne mozze e la motosega e ricordate di non pronunciare mai ad alta voce la formula: Klaatu, Verata, Nic.... per un pelo, stavo per scatenare l'Apocalisse!

venerdì 11 maggio 2018

Lost in Space

Ma un navigatore no?

Cari (A)sociali, se state cercando un modo di passare il sabato sera senza dover subire l'irritante interazione sociale con altri esseri umani, forse ho qualcosa che potrebbe interessarvi. Forse non lo sapete, ma si è già conclusa su Netflix la prima stagione da dieci episodi della serie Lost in Space, ispirata all'omonimo film del 1998. Premetto sin da ora che questa sarà una recensione NO SPOILER, quindi tirate un sospiro di sollievo e continuate pure a leggere lasciando l'inalatore per l'asma nell'armadietto dei medicinali. La dinamica, la trama e i colpi di scena, per ovvi motivi sono totalmente diversi dal fratello cinematografico e la cosa non è un male. La famiglia Robinson, selezionata insieme ad altre famiglie per un programma di colonizzazione spaziale con un biglietto di sola andata, è sempre intenta a non lasciarci la pelle tra un pianeta e l'altro. Il robot (che nel film era un'invenzione di Will Robinson, il figlio più piccolo) in questa versione è una creatura robotica di natura aliena (più o meno) e il dottor Smith, una donna, anche in questa veste svolge il compito di mettere i bastoni tra le ruote a ogni singolo componente della famiglia Robinson, bambino incluso, con entrambe le espressioni facciali in dotazione (sul suo volto, infatti, non ne vedrete più di due, due e mezzo a essere buoni).
La serie Netflix si fa notare subito per gli effetti speciali ben resi in CGI e per le ambientazioni futuristiche e al tempo stesso realistiche, senza mai scadere nel ridicolo (ricordate la scimmietta del film? Ecco, grazie al Cielo in questa serie non vedrete porcate del genere). I mezzi spaziali Jupiter sono abbastanza credibili e ben progettati, così come i Charriot, i mezzi di locomozione che si rivelano molto utili per spostarsi da una parte all'altra del pianeta ospite.
John Robinson, il capofamiglia, è un ex militare con più missioni alle spalle che tempo passato in famiglia. Maureen, la moglie, è un ingegnere aerospaziale la cui accettazione della missione di colonizzazione con prole al seguito è la conseguenza dell'imminente divorzio con il marito troppo assente. Judy, Penny e il piccolo Will sono i figli che, loro malgrado, hanno accettato il viaggio verso l'ignoto, anche se solo Will, tra i tre, sembra essere dotato di una intelligenza fuori dalla norma.
Svariati flashback ben distribuiti mostrano i momenti precedenti all'impatto della Jupiter sul pianeta ospite e le vicissitudini che hanno portato John a unirsi al resto della famiglia.
Il robot alieno, dopo essere stato salvato da Will nel primo episodio, si autoproclama sua guardia del corpo e lo segue ovunque al grido di quello che sarà un tormentone per tutti e dieci gli episodi: "pericolo, Will Robinson! I due sono un corpo e un'anima per gran parte del tempo e devo dire che l'affiatamento tra i due verso la fine si fa talmente forte che non si può non provare empatia per il "Terminator" dello spazio e per le decisioni che il piccolo Will, per la sua incolumità e per quella della sua famiglia, dovrà prendere.
Paradossalmente, nonostante la figura del cattivo di turno sia inequivocabilmente della simpatica (quanto un criceto alieno nelle mutande) "dottoressa" Smith, la maggior parte dei contrattempi vengono quasi sempre causati dagli stessi componenti della famiglia Robinson per motivi così futili da farvi pensare che, in fondo, di perdersi nello spazio se lo siano proprio meritato. Considerando il paragone con il film, si nota chiaramente una netta differenza tra l'egregia resa visiva e l'altalenante trama che si dipana nel corso delle puntate. Se nel film, infatti, la presenza del dottor Smith (e il relativo costante tentativo di sabotaggio della missione) aveva un senso logico che, al suo termine, chiudeva il cerchio dando la sensazione di un qualcosa di compiuto, nella sua controparte Netflix sembra che questo aspetto sia lasciato al caso, rispolverando il vecchio detto: "trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato".
Come già accennato, i Robinson affrontano parte delle disavventure con le altre famiglie del progetto di colonizzazione, ma chi ha visto anche il film saprà benissimo che la sorte della famigliola ha altri programmi a tal proposito. Tra drammi familiari, inganni spaziali, amori planetari e riconciliazioni interdimensionali, la serie Netflix Lost in Space merita comunque di essere vista e seguita dagli amanti del genere. 
Per dovere di cronaca, nonostante la critica abbia più o meno promosso la prima stagione, non c'è ancora la certezza che possa essercene una seconda, anche se le intenzioni da parte degli sceneggiatori (che si sono già messi all'opera) sembrano esserci tutte.
Se la serie terminerà qui, temo che i Robinson saranno costretti a vagare nello spazio all'infinito...

Un saluto dalla scimmietta di Lost in Space(il film)